Parte prima.

Capitolo 1

 

Antonio in Oriente 41 a.C. - 40 a.C.

 

Quinto Dellio non era un uomo bellicoso né diventava un guerriero nell’ora della battaglia. Quando possibile, si concentrava su ciò che sapeva fare meglio, ossia dare ai suoi superiori consigli così discreti da indurli a credere di essere stati loro i veri autori dell’idea.

Dopo lo scontro di Filippi, durante il quale non si era distinto né aveva deluso i suoi comandanti, decise dunque di affiancare la sua scarna persona a Marco Antonio e partire per l’Oriente.

Scegliere Roma era del tutto impossibile, rifletté; significava sempre schierarsi da una parte o dall’altra nelle lotte violente e convulse tra uomini intenzionati a controllare, no, sii sincero, Quinto Dellio, intenzionati a governare Roma. Dopo che Bruto, Cassio e gli altri avevano assassinato Cesare, tutti avevano immaginato che suo cugino Marco Antonio ne avrebbe ereditato il nome, la fortuna e gli svariati milioni di clientes. Ma che cosa aveva fatto Cesare? Aveva redatto un testamento che lasciava ogni cosa a Caio Ottavio, il suo pronipote di diciotto anni. In quel documento non aveva neppure menzionato Antonio, un colpo da cui quest’ultimo non si era mai davvero ripreso, sicuro com’era di essere destinato a sostituire Cesare. E, com’era prevedibile, non si era rassegnato a occupare il secondo posto. All’inizio, il giovane che ormai tutti chiamavano Ottaviano non l’aveva preoccupato; Antonio era un uomo nel fiore degli anni, un famoso generale dell’esercito e il capo di una numerosa fazione al Senato, mentre Ottaviano era un adolescente malaticcio, facile da schiacciare quanto la corazza di uno scarafaggio. Solo che non era andata a finire così, e Antonio non aveva saputo come affrontare un ragazzo scaltro e dal viso dolce che possedeva l’intelligenza e la saggezza di un settantenne.

Quasi tutta Roma aveva dato per scontato che Antonio, un famigerato spendaccione che aveva un disperato bisogno della fortuna di Cesare per saldare i suoi debiti, avesse partecipato alla congiura per eliminarlo, e la sua condotta dopo l’omicidio aveva solo rafforzato quella convinzione. Il generale non aveva fatto nulla per punire gli assassini; anzi, aveva quasi dato loro la piena protezione della legge.

Ma Ottaviano, molto affezionato a Cesare, aveva pian piano eroso l’autorità di Antonio, costringendolo a metterli al bando. Come aveva fatto? Corrompendo buona parte delle legioni di Antonio affinché sposassero la sua causa, conquistando il popolo di Roma e rubando i trentamila talenti del fondo di guerra del suo prozio con tanta abilità che nessuno, nemmeno Antonio, era riuscito a dimostrarne la colpevolezza. Una volta ottenuti soldati e denaro, il giovane aveva obbligato il rivale ad accettarlo come suo pari. In seguito, Bruto e Cassio avevano tentato di prendere il potere; alleati precari, Antonio e Ottaviano avevano portato le loro legioni in Macedonia e si erano scontrati con le forze degli altri due a Filippi. Avevano ottenuto una grande vittoria che, tuttavia, non aveva risolto la dibattuta questione di chi avrebbe finito per governare come primo uomo di Roma, un re senza corona che mostrava una finta fedeltà alla venerata illusione secondo cui Roma era una repubblica, governata da una Camera alta, il Senato, e da diverse assemblee del popolo. Insieme, il Senato e il popolo di Roma: senatus populusque romanus, SPQR.

Come al solito, pensò Dellio, la vittoria di Filippi aveva trovato Marco Antonio senza una strategia attuabile con cui cancellare Ottaviano dall’equazione del potere, perché Antonio era una forza della natura, robusto, impulsivo, irascibile e del tutto privo di lungimiranza. Il suo magnetismo personale era notevole, del genere che attira gli uomini mediante le qualità più virili: coraggio, un fisico erculeo, una meritatissima reputazione di donnaiolo e abbastanza cervello da essere un oratore formidabile a Palazzo. Tutti tendevano a perdonare le sue debolezze perché queste ultime erano altrettanto virili: i piaceri della carne e una generosità incurante.

La sua risposta al problema di Ottaviano era stata la spartizione del mondo romano tra loro due, con un contentino per Marco Lepido, sommo sacerdote e capo di una folta fazione senatoriale. Alla fine, sessant’anni di guerra civile intermittente avevano gettato sul lastrico Roma, il cui popolo, insieme con quello dell’Italia, si lamentava sia dei redditi modesti sia della scarsità di grano per il pane ed era sempre più persuaso che i suoi governanti fossero tanto incompetenti quanto venali. Determinato a non veder indebolire la sua posizione di eroe popolare, Antonio aveva deciso di fare la parte del leone, lasciando la carcassa putrefatta a quello sciacallo di Ottaviano.

Così, dopo Filippi, i vincitori avevano suddiviso le province assecondando i desideri di Antonio, non quelli di Ottaviano, che aveva ereditato le regioni meno invidiabili: Roma, l’Italia e le grandi isole della Sicilia, della Sardegna e della Corsica, dove si coltivava il grano per sfamare le popolazioni italiche, da tempo incapaci di provvedere a se stesse. Quella era una tattica in linea con il carattere di Antonio, volta a far sì che Roma e l’Italia vedessero soltanto la faccia di Ottaviano, mentre le sue gesta gloriose compiute altrove venivano celebrate in tutta la città e in tutta la penisola. Ottaviano a raccogliere il disprezzo, e lui l’intrepido vincitore di allori lontano dal centro del governo. Quanto a Lepido, comandava l’altra provincia del grano, l’Africa, un’autentica palude.

Ah, ma Marco Antonio aveva davvero fatto la parte del leone! Non solo nelle province, ma anche nelle legioni. Gli mancava soltanto il denaro, che sperava di ottenere dall’Oriente, l’eterna gallina dalle uova d’oro. Com’era prevedibile, si era impossessato di tutte e tre le Gallie, che, pur trovandosi in Occidente, erano state del tutto pacificate da Cesare ed erano abbastanza ricche da garantirgli i fondi per le sue campagne future. I suoi ufficiali fidati comandavano le numerose legioni della Gallia; quella regione poteva vivere senza la sua presenza.

Cesare era stato ucciso tre giorni dopo essere partito per l’Oriente, dove avrebbe voluto conquistare l’opulento e formidabile regno dei Parti, usando poi il bottino per rimettere in piedi Roma. Aveva stabilito di stare via per cinque anni e aveva pianificato la campagna con tutto il suo genio leggendario. Ora, dopo la sua morte, sarebbe dunque stato Marco Antonio a soggiogare i Parti e a rimettere in piedi Roma.

Studiando i piani di Cesare, aveva deciso che dimostravano tutto l’acume del vecchio, ma che erano migliorabili. Uno dei motivi per cui era giunto a quella conclusione era la natura del gruppo di uomini che l’aveva accompagnato in Oriente; tutti leccapiedi e adulatori, sapevano con esattezza come manipolare il pesce più grosso, Marco Antonio, così sensibile a elogi e lusinghe.

Purtroppo, Quinto Dellio non aveva ancora trovato ascolto presso Antonio anche se i suoi consigli sarebbero stati altrettanto gratificanti, un balsamo per l’ego del generale. Così, mentre cavalcava lungo la Via Egnazia su un pony spelacchiato e irritabile, con le palle indolenzite e le gambe doloranti, aspettava la sua occasione, che non era ancora arrivata allorché Antonio era entrato in Asia e si era fermato a Nicomedia, la capitale della provincia della Bitinia.

Chissà come, tutti i potentati e i re clienti di Roma in Oriente avevano previsto che il grande Marco Antonio si sarebbe diretto a Nicomedia ed erano accorsi laggiù a dozzine, requisendo le taverne migliori e piantando eleganti accampamenti alla periferia della città. Un luogo bellissimo in un’insenatura placida e sognante, un luogo cui, benché quasi tutti l’avessero dimenticato, il compianto Cesare aveva tenuto molto. Ma proprio per quella ragione, Nicomedia aveva ancora un’aria prospera, perché Cesare l’aveva esonerata dal pagamento delle tasse, e Bruto e Cassio, partiti frettolosamente verso ovest in direzione della Macedonia, non si erano avventurati abbastanza a nord per saccheggiarla come avevano saccheggiato altre cento città fra la Giudea e la Tracia. Il palazzo di marmo rosa e viola in cui Antonio si era stabilito era dunque in grado di offrire a un legato come Dellio una minuscola stanza in cui sistemare i bagagli e il più anziano tra i suoi servitori, il liberto Icaro. Fatto questo, Dellio uscì per vedere che cosa stesse accadendo e pensare a come occupare un posto su un divano abbastanza vicino ad Antonio per partecipare alla conversazione del grand’uomo durante la cena.

Innumerevoli sovrani affollavano le sale pubbliche, i volti cinerei e i cuori palpitanti perché avevano spalleggiato Bruto e Cassio. Persino il vecchio re Deiotaro di Galazia, anziano in termini di età e anni di servizio, aveva fatto lo sforzo di venire, scortato da quelli che, ipotizzò Dellio, erano i suoi due figli prediletti. Poplicola, il migliore amico di Antonio, gli aveva indicato Deiotaro, ma poi aveva ammesso di essere confuso: troppe facce e troppo poche missioni in Oriente per poterle riconoscere.

Sorridendo con discrezione, Dellio vagò tra i gruppi con le loro vesti bizzarre, gli occhi che gli luccicavano per le dimensioni di uno smeraldo o il peso dell’oro su una testa acconciata. Naturalmente, parlava bene il greco, perciò fu in grado di conversare con quei sovrani assoluti di luoghi e popoli, il sorriso che gli si allargava al pensiero che, nonostante gli smeraldi e l’oro, fossero tutti lì per rendere umilmente omaggio a Roma, la loro sovrana suprema. Roma, che non aveva un re, i cui magistrati anziani indossavano una semplice toga bianca orlata di viola e preferivano l’anello di ferro di alcuni senatori a una tonnellata di anelli d’oro; un anello di ferro significava che una famiglia romana era stata in carica a periodi alterni per cinquecento anni. Una riflessione che indusse automaticamente il povero Dellio a nascondere il suo anello senatoriale d’oro in una piega della toga; nessun Dellio aveva mai raggiunto la dignità del consolato, nessun Dellio era stato illustre cento anni prima, né tanto meno cinquecento anni prima. Cesare aveva portato un anello di ferro, ma Antonio no; gli Antonii non erano abbastanza antichi. E l’anello di Cesare era passato a Ottaviano.

Oh, aria, aria! Aveva bisogno di aria fresca!

Il palazzo sorgeva intorno a un enorme giardino con peristilio che, al centro, aveva una fontana collocata di traverso in una lunga vasca poco profonda. La fontana, di candido marmo pario, rappresentava un tema marino (tritoni e delfini) ed era rara perché non era mai stata dipinta per imitare i colori autentici. Chiunque avesse scolpito quelle magnifiche creature era un maestro; essendo un estimatore delle belle arti, Dellio si diresse da quella parte così rapidamente da non notare che qualcuno l’aveva preceduto e sedeva, curvo e sconsolato, sul largo bordo della vasca. Quando Dellio si approssimò, l’altro alzò il capo; ormai l’incontro era inevitabile.

L’uomo era un forestiero, e anche di nobile stirpe, perché indossava una costosa tunica di broccato, tinta con la porpora di Tiro e abilmente intrecciata con fili d’oro, e sulla testa coperta da unti ricci neri simili a serpenti spiccava uno zucchetto di stoffa intessuta d’oro. Dellio aveva visto abbastanza orientali da sapere che i capelli non erano unti di sporco; quei popoli se li impomatavano con creme profumate. Quasi tutti i supplici reali all’interno erano greci i cui antenati avevano vissuto in Oriente per secoli, ma quel tale era un vero asiatico e apparteneva a una categoria che Dellio riconobbe, perché a Roma vi erano molti individui come lui. Oh, non vestiti d’oro e broccato di Tiro! Tipi sobri che prediligevano i tessuti filati in casa e i colori scuri a tinta unita. Nonostante ciò, l’aspetto era inconfondibile; colui che sedeva sull’orlo della fontana era un ebreo.

«Posso accomodarmi?» domandò Dellio in greco con un sorriso cordiale.

Lo sconosciuto sfoderò un sorriso altrettanto cordiale sul volto dalla mascella pronunciata e fece un gesto con la mano curatissima, scintillante di anelli. «Prego.

Sono Erode di Giudea.» «E io sono Quinto Dellio, legato romano.» «Non sopportavo la ressa là dentro» disse Erode, le labbra carnose che si piegavano verso il basso. «Puah! Alcuni di quegli ingrati non si fanno un bagno da quando le loro levatrici li hanno puliti con uno straccio lurido.» «Erode, hai detto. Niente re o principe davanti al nome?» «Ne avrei tutti i diritti! Mio padre era Antipatro, principe di Idumea e braccio destro di re Ircano degli ebrei. Poi i tirapiedi di un pretendente al trono l’hanno ucciso. Era troppo benvoluto dai romani, Cesare compreso. Ma mi sono occupato dell’assassino» aggiunse Erode, la voce che trasudava soddisfazione. «L’ho guardato rotolarsi tra i cadaveri puzzolenti dei molluschi di Tiro.» «Una morte poco adatta a un ebreo» osservò Dellio, che ne sapeva abbastanza da esprimere un giudizio. Esaminò Erode con più attenzione, affascinato dalla sua bruttezza. Sebbene i loro avi fossero a poli opposti, il forestiero mostrava una singolare somiglianza con Mecenate, l’amico intimo di Ottaviano: entrambi gli rammentavano un rospo. Gli occhi sporgenti di Erode non erano tuttavia azzurri come quelli di Mecenate, bensì neri, vitrei e gelidi come l’ossidiana. «Se ben ricordo» continuò Dellio, «tutta la Siria meridionale si è dichiarata a favore di Cassio.» «Ebrei compresi. E personalmente, sono in debito con quell’uomo anche se tutta la Roma di Antonio lo considera un traditore. Mi ha dato il permesso di mettere a morte l’assassino di mio padre.» «Cassio era un guerriero» commentò Dellio con aria pensosa. «Se lo fosse stato anche Bruto, forse il risultato di Filippi sarebbe stato diverso.»

«Gli uccellini cinguettano che anche Antonio è stato svantaggiato da un compagno inetto.» «Strano come cinguettino forte gli uccellini» replicò Dellio con un sorriso.

«Dunque, che cosa ti porta da Marco Antonio, Erode?» «Dentro hai forse notato cinque passeri sciatti tra gli stormi di fagiani appariscenti?» «No, non posso dire di averli notati. Mi sono sembrati tutti fagiani appariscenti.» «Oh, ci sono eccome, i miei cinque passeri del sinedrio! Impegnati a proteggere la loro esclusività tenendosi il più lontano possibile dagli altri.» «Questo, là dentro, significa che sono in un angolo dietro una colonna.» «Esatto» confermò Erode, «ma quando arriverà Antonio, si faranno avanti, urlando e battendosi il petto.» «Non mi hai ancora detto perché sei qui.» «A essere sincero, i cinque passeri sono venuti con uno scopo ben preciso. Li osservo come un falco. Vogliono vedere il triumviro Marco Antonio ed esporgli la loro tesi.» «E qual è la loro tesi?» «Che io tramo contro la successione legittima e che io, un gentile, sono riuscito ad avvicinarmi abbastanza a re Ircano e alla sua famiglia da essere considerato come un pretendente della figlia della regina Alessandra. Questa è la versione abbreviata, ma ascoltare quella integrale richiederebbe anni.» Dellio lo fissò, battendo le palpebre dei penetranti occhi nocciola. «Un gentile?

Credevo avessi detto di essere ebreo.» «Non per la legge mosaica. Mio padre sposò la principessa Cipro di Nabatea.

Un’araba. E poiché gli ebrei tengono conto della discendenza materna, i figli di mio padre sono gentili.» «Allora… allora cosa puoi ottenere qui, Erode?» «Tutto, se mi consentiranno di fare ciò che va fatto. Gli ebrei hanno bisogno del pugno di ferro. Chiedi a qualsiasi governatore romano della Siria da quando Pompeo Magno l’ha trasformata in provincia. Voglio essere il re degli ebrei, che a loro piaccia oppure no. E posso diventarlo. Se sposo una principessa asmonea che discenda direttamente da Giuda Maccabeo. I nostri figli saranno ebrei e intendo averne molti.» «Dunque sei qui per parlare in tua difesa?» chiese Dellio.

«Sì. La delegazione del sinedrio pretenderà che io e tutti i membri della mia famiglia veniamo esiliati sotto pena di morte. Non hanno il coraggio di farlo senza il permesso di Roma.» «Be’, non ci si può aspettare granché quando si appoggia Cassio il perdente» commentò Dellio in tono allegro. «Antonio dovrà scegliere tra due fazioni che hanno sostenuto l’uomo sbagliato.» «Ma mio padre ha spalleggiato Giulio Cesare» ribatté Erode. «Devo soltanto convincere Marco Antonio che se avrò la possibilità di vivere in Giudea e migliorare la mia posizione, mi schiererò sempre con Roma. Antonio è stato in Siria anni fa, quando Gabinio ne era il governatore, perciò deve sapere quanto siano turbolenti gli ebrei. Ma ricorderà che mio padre ha aiutato Cesare?»

«Mmm» fece Dellio, strizzando gli occhi verso le scintille multicolori dell’acqua che zampillava dalla bocca di un delfino. «Perché Marco Antonio dovrebbe ricordarlo, quando di recente hai difeso Cassio? Come, desumo, avrà fatto tuo padre prima di morire.» «Come avvocato me la cavo bene, sono in grado di perorare la mia causa.» «Sempre ammesso che te ne diano l’opportunità.» Alzatosi, Dellio gli strinse la mano con calore. «Ti auguro buona fortuna, Erode di Giudea. Se posso aiutarti, lo farò.» «Non mancherei di sdebitarmi.» «Stupidaggini!» Dellio rise mentre si allontanava. «Tutto il denaro che possiedi ce l’hai addosso.»

Marco Antonio mostrava una calma insolita da quando era partito per l’Oriente, ma i sessanta uomini della sua cerchia avevano immaginato che Nicomedia avrebbe visto esplodere Antonio il Sibarita. Opinione condivisa da un gruppo di musicisti e danzatori che erano accorsi da Bisanzio alla notizia del suo arrivo nei dintorni; dalla Spagna a Babilonia, ogni membro della Lega degli intrattenitori dionisiaci conosceva il nome Marco Antonio. Poi, tra lo stupore generale, il grand’uomo aveva liquidato la compagnia di artisti con una borsa d’oro ed era rimasto tranquillo, anche se con un’espressione triste e nostalgica sul volto metà bello e metà brutto.

«Non ho potuto fare altrimenti, Poplicola» disse al suo migliore amico con un sospiro. «Hai visto quanti potentati fiancheggiavano la strada quando siamo entrati?

Per poi ingombrare le sale appena l’usciere ha aperto le porte? Tutti qui per battere sul tempo Roma… e me. Be’, non intendo permettere che accada. Non ho scelto l’Oriente come mia area d’influenza per essere derubato delle cose belle che quella regione possiede in abbondanza. Perciò resterò seduto a dispensare la giustizia nel nome di Roma con la mente lucida e lo stomaco a posto.» Ridacchiò. «Oh, Lucio, ricordi com’era disgustato Cicerone quando ti ho vomitato addosso sui rostri?» Un’altra risatina. «Affari, Antonio, affari!» apostrofò se stesso. «Mi salutano come il nuovo Dioniso, ma scopriranno che per ora sono il vecchio e arcigno Saturno.» Gli occhi marrone rossiccio, troppo piccoli e ravvicinati per piacere a uno scultore di ritratti, gli brillarono. «Il nuovo Dioniso! Il dio del vino e del piacere. Devo ammettere che il paragone mi risulta molto gradito. Per Cesare non si sono spinti oltre a “dio”.» Conoscendo Antonio da quando erano bambini, Poplicola evitò di osservare che, a suo parere, dio era superiore al dio di questo o di quello; il suo compito principale era far sì che il suo amico continuasse a governare, perciò accolse quel discorso con sollievo. Era quella la particolarità di Antonio: era capace di interrompere all’improvviso le sue gozzoviglie (talvolta per mesi di seguito), soprattutto quando emergeva il suo istinto di autoconservazione. Come, evidentemente, era accaduto ora.

E in maniera del tutto giustificata; l’invasione dei potentati significava grane e duro lavoro, dunque era necessario che Antonio li conoscesse a uno a uno e capisse quali sovrani avrebbero dovuto mantenere il loro trono e quali no. In altre parole, quali fossero i più adatti per Roma.

Per tutti questi motivi, Dellio nutriva poche speranze di raggiungere il suo obiettivo e di avvicinarsi maggiormente ad Antonio mentre si trovava a Nicomedia.

Poi intervenne la dea Fortuna, che entrò in scena quando il generale ordinò di non servire la cena nel pomeriggio, ma più tardi. E quando il suo sguardo vagò sui sessanta romani che si riversavano nella sala da pranzo, per qualche oscura ragione si soffermò su Quinto Dellio. Il grand’uomo pensava che il legato avesse qualcosa di speciale, anche se non sapeva bene cosa; forse una qualità lenitiva che riusciva a spalmare come un balsamo persino sugli argomenti più spiacevoli.

«Olà, Dellio!» urlò Antonio. «Siedi con me e Poplicola!» Decidio Saxa e suo fratello apparvero irritati, come pure Barbazio e qualcun altro, ma nessuno fiatò quando Dellio, felicissimo, lasciò cadere la toga sul pavimento e si accomodò sulla parte posteriore del divano che formava il fondo della U. Mentre un servitore raccoglieva l’indumento e lo piegava (impresa tutt’altro che facile), un altro gli tolse le scarpe e gli lavò i piedi. Dellio non commise l’errore di usurpare il locus consularis; sarebbe stato Antonio a occuparlo, con Poplicola al centro. La sua era l’estremità più lontana del divano, la posizione meno desiderabile dal punto di vista sociale, ma per Dellio era un onore immenso. Sentiva gli occhi puntati su di sé e le menti là dietro che cercavano di indovinare che cosa avesse fatto per meritarsi quella promozione.

Il pasto fu ottimo, anche se non abbastanza romano. Troppo agnello, pesce insipido, condimenti insoliti, salse sconosciute. Vi era tuttavia uno schiavo munito di mortaio e pestello, e se un convitato romano poteva schioccare le dita per avere un pizzico di pepe appena macinato, tutto era commestibile, persino il manzo germanico bollito. Il vino di Samo scorreva a fiumi, seppur annacquato; appena Dellio vide che Antonio lo beveva mescolato all’acqua, fece lo stesso.

All’inizio rimase in silenzio, ma quando vennero portati via i secondi e serviti i dessert, Antonio ruttò forte, si diede dei colpetti sul ventre piatto e sospirò di soddisfazione. «Dunque, Dellio, che cosa ne pensi della vasta schiera di re e principi?» domandò in tono affabile.

«Individui assai singolari, Marco Antonio, soprattutto per chi non è mai stato in Oriente.» «Singolari? Sì, certo! Astuti come topi di fogna, con più facce di Giano e pugnali così affilati che non te li senti mai scivolare tra le costole. Strano che abbiano spalleggiato Bruto e Cassio contro di me.» «Non è poi così strano» interloquì Poplicola che, goloso di dolci, stava trangugiando un pasticcino di semi di sesamo tenuti insieme con il miele. «Hanno commesso il medesimo errore con Cesare, sostenendo Pompeo Magno. Tu hai condotto una campagna in Occidente, proprio come Cesare. Non conoscevano il tuo valore. Bruto era una nullità, ma per loro Caio Cassio aveva un che di magico. Sfuggì all’annientamento con Crasso a Carre, poi governò la Siria con grande abilità alla veneranda età di trent’anni. Era una leggenda.» «Sono d’accordo» disse Dellio. «Il loro mondo si limita all’estremità orientale del Mare Nostrum. Quanto accade nelle Spagne e nelle Gallie all’estremità occidentale è un’incognita.»

«Giusto.» Antonio fece una smorfia vedendo i piatti nauseanti sul tavolino lì davanti. «Poplicola, lavati il viso! Non so come tu faccia a mangiare quella poltiglia piena di miele.» Poplicola strisciò verso la parte posteriore del divano mentre Antonio guardava Dellio con l’aria di chi aveva intuito molte cose che il legato aveva sperato di nascondergli: l’indigenza, la condizione di uomo nuovo, l’ambizione vanagloriosa.

«Qualcuno di quei topi di fogna ha colpito la tua fantasia, Dellio?» «Uno, Marco Antonio. Un ebreo di nome Erode.» «Ah! La rosa tra cinque erbacce.» «Lui ha usato una metafora aviaria: il falco tra cinque passeri.» Antonio rise, un suono pieno e profondo. «Be’, data la presenza di Deiotaro, Ariobarzane e Farnace, probabilmente non avrò molto tempo da dedicare a mezza dozzina di ebrei attaccabrighe. Tuttavia, non mi meraviglia che le cinque erbacce detestino la rosa Erode.» «Perché?» domandò Dellio, assumendo un’espressione di interesse reverenziale.

«Tanto per cominciare, l’abbigliamento. Gli ebrei non si vestono d’oro e broccato di Tiro. È contro le loro leggi. Niente ornamenti regali, niente immagini, e il loro oro finisce nel Grande tempio a nome di tutto il popolo. Crasso derubò il Grande tempio di duemila talenti d’oro prima di partire alla conquista del regno dei Parti. Gli ebrei lo maledissero e mori coperto di ignominia. Poi fu Pompeo Magno a chiedere l’oro, poi Cesare, poi Cassio. Sperano che io non faccia lo stesso, ma sanno che lo farò. Come Cesare, esigerò una somma pari a quella pretesa da Cassio.» Dellio aggrottò le sopracciglia. «Io non… Ecco…» «Cesare volle una somma pari a quella ricevuta da Magno.» «Oh, capisco! Perdona la mia ignoranza.» «Siamo tutti qui per imparare, Quinto Dellio, e tu mi sembri rapido ad apprendere.

Aggiornami su questi ebrei, dunque. Che cosa vogliono le erbacce, e che cosa vuole Erode la rosa?» «Le erbacce vogliono che Erode venga esiliato sotto pena di morte» disse Dellio, abbandonando la metafora aviaria. Se Antonio preferiva la sua, lo stesso valeva anche per lui. «Erode vuole un decreto romano che gli consenta di vivere liberamente in Giudea.» «E chi arrecherà maggior beneficio a Roma?» «Erode» rispose Dellio senza esitazione. «Forse non sarà un ebreo secondo i loro criteri, ma vuole governarli sposando una principessa con il sangue giusto. Se ci riesce, credo che Roma avrà un alleato fedele.» «Dellio, Dellio! Non penserai che Erode sia fedele?» Il volto simile a quello di un fauno si increspò in un sorriso malizioso. «Sì, se è nel suo interesse. E poiché il popolo che vorrebbe governare lo odia abbastanza da ucciderlo alla prima occasione, Roma servirà sempre il suo interesse più di quel popolo. Finché Roma sarà sua alleata, Erode sarà al sicuro da tutto tranne il veleno e le imboscate, e non riesco a immaginare che mangi o beva qualcosa senza prima averla fatta assaggiare con scrupolosità né che se ne vada in giro senza una guardia del corpo formata da non ebrei profumatamente pagati.» «Grazie, Dellio!»

Poplicola si infilò tra loro. «Hai risolto un problema, eh, Antonio?» «Sì, con l’aiuto di Dellio. Usciere, sgombra la sala!» tuonò Antonio. «Dov’è Lucilio? Ho bisogno di Lucilio!»

L’indomani, i cinque membri del sinedrio ebraico si ritrovarono in cima alla lista dei supplici chiamati dal nunzio di Marco Antonio. Quest’ultimo, con la toga bordata di viola e il semplice bastone d’avorio che simboleggiava il suo imperium, era una figura imponente. Lì accanto vi era il suo amato segretario, Lucilio, che era stato al servizio di Bruto. Su ciascun lato della sedia curule vi erano dodici littori vestiti di cremisi, i fasci di verghe accompagnate da scuri in equilibrio tra i piedi. Una pedana li sollevava dal pavimento affollato.

Il capo del sinedrio iniziò a parlare in un greco impeccabile, ma con uno stile così elaborato e involuto che impiegò moltissimo tempo per spiegare chi fossero lui e i suoi quattro compagni e perché fossero stati designati per andare fin lì a trovare il triumviro Marco Antonio.

«Oh, chiudete il becco!» abbaiò Antonio all’improvviso. «Chiudete il becco e tornatevene a casa!» Strappò una pergamena a Lucilio, la srotolò e la brandì con foga.

«Questo documento fu rinvenuto tra le carte di Caio Cassio dopo Filippi. Afferma che solo Antipatro, all’epoca consigliere del cosiddetto re Ircano, e i suoi figli Fasaele ed Erode riuscirono a raccogliere un po’ d’oro per la causa di Cassio. Gli ebrei offrirono ad Antipatro soltanto una coppa di veleno. Lasciando perdere il fatto che l’oro era destinato alla causa sbagliata, mi sembra chiaro che gli ebrei tengono molto di più alle ricchezze che a Roma. Quando io raggiungerò la Giudea, che cosa cambierà? Be’, niente! In questo Erode vedo qualcuno disposto a versare a Roma le tasse e i tributi, che servono, se posso rammentarvelo, a conservare la pace e il benessere dei vostri regni! Quando li avete dati a Cassio, avete semplicemente finanziato il suo esercito e le sue flotte! Cassio era un traditore sacrilego che si è preso ciò che spettava di diritto a Roma! Ah, tremi dalla paura, Deiotaro? Be’, fai bene!» “Avevo dimenticato, pensò Dellio, ascoltandolo, quanto potesse essere mordace.

Usa gli ebrei per informare tutti che non intende essere clemente. ” Antonio riprese il filo del discorso. «In nome del Senato e del popolo di Roma, ordino che Erode, suo fratello Fasaele e tutta la sua famiglia siano liberi di vivere ovunque vogliano in qualsiasi terra romana, Giudea compresa. Non posso impedire a Ircano di fregiarsi del titolo di re fra la sua gente, ma agli occhi di Roma non è né più né meno che un etnarca. La Giudea non è più un unico paese. È un gruppo di cinque piccole regioni disseminate nel sud della Siria e resterà tale. Ircano può avere Gerusalemme, Gazara e Gerico. Fasaele figlio di Antipatro sarà tetrarca di Sefforide.

Erode figlio di Antipatro sarà tetrarca di Amathus. E vi avverto! Se vi saranno tumulti nella Siria meridionale, schiaccerò gli ebrei come gusci d’uovo!» Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta!, esultò Dellio tra sé e sé, scoppiando di felicità. Antonio ha ascoltato il mio consiglio! Erode era accanto alla fontana, ma aveva il viso tirato e pallido, non soffuso dalla gioia che Dellio si era aspettato di vedere. Qual era il problema? Quale poteva essere il problema? Dopo essere arrivato da povero senza patria, se ne sarebbe andato da tetrarca.

«Non sei contento?» gli domandò. «Hai vinto senza dover neppure perorare la tua causa, Erode.» «Perché Antonio ha dovuto promuovere anche mio fratello?» ribatté l’altro con asprezza, pur parlando con qualcuno che non c’era. «Ci ha messi sullo stesso piano!

Come posso sposare Marianne se Fasaele non è solo mio pari in termini di rango, ma anche mio fratello maggiore? Sarà lui a sposarla!» «Suvvia, suvvia» lo incoraggiò Dellio con benevolenza. «Tutto questo riguarda il futuro, Erode. Per il momento, gioisci della decisione di Antonio perché è più di quanto avessi sperato di ottenere. Si è schierato dalla tua parte. I cinque passeri si sono appena visti tarpare le ali.» «Sì, sì, me ne rendo conto, Dellio, ma questo Marco Antonio è astuto! Vuole ciò che vogliono tutti i romani lungimiranti: l’equilibrio. E mettere solo me sullo stesso piano di Ircano non sarebbe stata una soluzione abbastanza romana. Io e Fasaele da una parte, Ircano dall’altra. Oh, Marco Antonio, tu sì che sei furbo! Cesare era un genio, ma tu avresti dovuto essere un idiota. Invece, trovo un altro Cesare.» Dellio lo guardò allontanarsi, la mente in subbuglio. Tra quella breve conversazione a cena e l’udienza di quel giorno, Marco Antonio aveva condotto qualche ricerca. Ecco perché aveva chiamato Lucilio a gran voce! E che imbroglioni, lui e Ottaviano! Avevano bruciato tutte le carte di Bruto e Cassio! Ma, come Erode, anch’io consideravo Antonio un idiota istruito. Non lo è, non lo è!, pensò Dellio, sorpreso. È scaltro e perspicace. Metterà le mani su tutto l’Oriente, promuovendo un uomo e retrocedendo l’altro, finché i regni clienti e le satrapie saranno tutti suoi. Non di Roma. Suoi. Ha rispedito Ottaviano in Italia con una missione tanto difficile da spezzare un giovane così debole e malato, ma se Ottaviano non si spezza, Antonio sarà pronto.